Archive for gennaio, 2011

150° anniversario Unità d’Italia

Posted by on giovedì, 13 gennaio, 2011

Carissimi Ufficiali,

Vi invio, quale primo messaggio del 2011, il logo ufficiale di tutte le manifestazioni del 150° anniversario dell’Unità d’Italia e il suo significato preso dall’apposito sito delle celebrazioni: “   www.italiaunita150.it

“Tre bandiere tricolore che sventolano a rappresentare i tre giubilei del 1911, 1961, 2011, in un collegamento ideale tra le generazioni: è il logo del 150º Anniversario dell’Unità d’Italia che si celebrerà nel 2011.

Il logo è pensato per essere una immagine-segnale che ricordi il coraggio, il sogno, la gioia profondamente umana che accompagnò i fatti che portarono all’Unità d’Italia: per tirarli fuori dai libri di Storia e trasformarli in emozione ancora attuale. Un logo allegro, positivo, vivo.

Scendendo dai motivi ideali più nel dettaglio grafico, “la forma della bandiera è il risultato di uno studio che integra le suggestioni di festa, di vele gonfie e di volo d’uccello. Con la reiterazione della forma, si accentua il senso di coralità”.

Quanto al percorso di creazione del logo, “si parte dall’indagine sui simboli sedimentati, primo fra tutti: il tricolore, declinato in una composizione piena di energia, che evoca lo sventolare di bandiere in festa”. Inoltre, “il logo si presta ad essere facilmente adottato all’interno dei tanti progetti che si svolgeranno nel Paese, senza invadere la specificità di ogni manifestazione”.

Ricordo che il 17 marzo 2011 è Festa Nazionale per la ricorrenza

Italia
17 marzo 20
FESTA  NAZIONALE

Matteo Miotto – 31 dicembre 2010

Posted by on martedì, 4 gennaio, 2011

Mi sento di pubblicare la lettera inviata a casa dal Primo Caporalmaggiore Matteo Miotto il 4 novembre u.s. e riportata sui quotidiani:

Voglio ringraziare a nome mio, ma soprattutto a nome di tutti noi militari in missione, chi ci vuole ascoltare e non ci degna del suo pensiero solo in tristi occasioni come quando il tricolore avvolge quattro alpini morti facendo il loro dovere. Corrono giorni in cui identità e valori sembrano superati, soffocati da una realtà che ci nega il tempo per pensare a cosa siamo, da dove veniamo,a cosa apparteniamo. Questi popoli di terre sventurate, dove spadroneggia la corruzione, ove a comandare non sono solo i governanti ma anche ancora i capi clan, questi popoli hanno saputo conservare le loro radici dopo che i migliori eserciti, le più grosse armate hanno marciato sulle loro case: invano. L’essenza del popolo afgano é viva, le loro tradizioni si ripetono immutate, possiamo ritenerle sbagliate, arcaiche, ma da migliaia di anni sono rimaste immutate. Gente che nasce, vive e muore per amore delle proprie radici, della propria terra e di essa si nutre. Allora riesci a capire che questo strano popolo dalle usanze a volte anche stravaganti ha qualcosa da insegnare anche a noi.
Come ogni giorno partiamo per una pattuglia. Avvicinandoci ai nostri mezzi Lince, prima di uscire, sguardi bassi, qualche gesto di rito scaramantico, segni della croce… Nel mezzo blindo, all’interno, non una parola. Solo la radio che ci aggiorna su possibili insurgents avvistati, su possibili zone per imboscate, nient’altro nell’aria… Consapevoli che il suolo afgano è cosparso di ordigni artigianali pronti ad esplodere al passaggio delle sei tonnellate del nostro Lince. Siamo il primo mezzo della colonna, ogni metro potrebbe essere l’ultimo, ma non ci pensi. La testa è troppo impegnata a scorgere nel terreno qualcosa di anomalo, finalmente siamo alle porte del villaggio. Veniamo accolti dai bambini che da dieci diventano venti, trenta, siamo circondati, si portano una mano alla bocca ormai sappiamo cosa vogliono: hanno fame. Li guardi: sono scalzi, con addosso qualche straccio che a occhio ha già vestito più di qualche fratello o sorella.. Dei loro padri e delle loro madri neanche l’ombra, il villaggio, il nostro villaggio, è un via vai di bambini che hanno tutta l’aria di non essere lì per giocare. Non sono lì a caso, hanno quattro, cinque anni, i più grandi massimo dieci e con loro un mucchio di sterpaglie.
Poi guardi bene, sotto le sterpaglie c’è un asinello, stracarico, porta con sé il raccolto, stanno lavorando… e i fratelli maggiori, si intenda non più che quattordicenni, con un gregge che lascia sbigottiti anche i nostri alpini sardi, gente che di capre e pecore ne sa qualcosa. Dietro le finestre delle capanne di fango e fieno un adulto ci guarda, dalla barba gli daresti sessanta-settanta anni poi scopri che ne ha al massimo trenta… Delle donne neanche l’ombra, quelle poche che tardano a rientrare al nostro arrivo al villaggio indossano il burqa integrale: ci saranno quaranta gradi all’ombra. Quel poco che abbiamo con noi lo lasciamo qui. Ognuno prima di uscire per una pattuglia sa che deve riempire bene le proprie tasche e il mezzo con acqua e viveri: non serviranno certo per noi… Che dicano poi che noi alpini siamo cambiar. Mi ricordo quando mio nonno mi parlava della guerra: “brutta cosa bocia, beato ti che non te la vedarè mai…”. Ed eccomi qua, valle del Gulistan, Afganistan centrale, in testa quello strano copricapo con la penna che per noi alpini è sacro. Se potessi ascoltarmi ti direi: “visto, nonno, che te te si sbaià…”.

Matteo Miotto
primo caporalmaggiore
7° reggimento alpini